CAMBIO MANSIONI MA LA SALUTE NON LO CONSENTE: CHE FARE?

Il lavoratore può rifiutare arbitrariamente le mansioni assegnate ritenendole incompatibili con il proprio stato di salute?

La salute viene prima di ogni altra cosa. Così quando ci ammaliamo seriamente non c’è lavoro che tenga: innanzitutto vogliamo guarire, anche a costo di guadagnare di meno. E se la guarigione è impossibile o il nostro stato di salute non ci consente di svolgere più ciò che facevamo prima, purtroppo non ci sono molte soluzioni: o troviamo un nuovo lavoro oppure chiediamo al nostro capo di adibirci a mansioni differenti.

Ma che succede se l’azienda, indifferente alle nostre condizioni fisiche, dovesse inviarci in missione o impartirci dei compiti per noi ormai impossibili? Che fare se c’è un cambio di mansioni ma la salute non lo consente? Possiamo rifiutarci di rispettare il comando al fine di salvaguardare la nostra salute?

Per capire come stanno le cose e in quale problema potrebbe trovarsi il lavoratore dipendente facciamo un esempio.

Immaginiamo che un’operatrice di call center, con orario di 20 ore di lavoro a settimana, venga giudicata inidonea dalla sorveglianza sanitaria allo svolgimento delle mansioni di addetta al videoterminale per una patologia oftalmica. Così il datore di lavoro la adibisce ad attività di segreteria. La dipendente si oppone: secondo lei anche tali compiti sono inadeguati alle sue condizioni di salute implicando comunque l’uso di un computer (necessario per comunicare con i colleghi tramite chat). Il datore di lavoro resta della sua posizione e le fa presente che le nuove mansioni prevedono solo un uso discontinuo del videoterminale, non incompatibile con la sua condizione fisica. Per tutta risposta la donna si rifiuta di svolgere i compiti assegnati e, pur presentandosi in azienda, lascia spento il computer. Il datore di lavoro a quel punto la licenzia. La lavoratrice, a sua volta, impugna il licenziamento davanti al tribunale. Chi dei due vincerà la causa?

La risposta è stata fornita da una recente sentenza della Cassazione n. 22677 del 2018. La corte ha risposto a una domanda che affligge molti dipendenti: un lavoratore può rifiutare arbitrariamente le mansioni assegnate se il suo stato di salute non gli consente di svolgerle? Chi decide cosa è incompatibile con una patologia e cosa non lo è? Ecco qual è stato il verdetto dei giudici supremi.

Un dipendente può sempre contestare un ordine del proprio datore di lavoro, lo può fare verbalmente o con l’invio di una lettera, purché non abbia toni denigratori e offensivi (nel qual caso passerebbe dalla ragione al torto, rischiando anche il licenziamento per insubordinazione). L’interessato deve manifestare il proprio dissenso in modo pacato; oggetto della critica non deve essere colui che ha emesso l’ordine di servizio, la sua persona o la sua moralità, ma le ragioni dell’ordine stesso.

Fermo restando tale diritto di critica, però, il dipendente non può disobbedire arbitrariamente. Egli ha l’obbligo infatti di rispettare il comando fino a quando un giudice non lo abbia dichiarato illegittimo. Questo significa che il lavoratore ha l’onere di avviare una causa contro il proprio datore per l’annullamento dell’ordine di servizio.

Solo in un caso il dipendente può “autotutelarsi” ossia disattendere il comando: quando esso sia contrario a buona fede e possa per lui implicare un serio pregiudizio.

Proprio sulla scorta di tali argomentazioni, la Corte ha così concluso: il lavoratore adibito a mansioni ritenute incompatibili con il proprio stato di salute può chiedere al datore di lavoro di essere destinato a compiti più adeguati ma non può, senza prima che sia intervenuta una sentenza del giudice ad annullare la decisione dell’azienda, rifiutarsi di eseguire la prestazione. Egli può disobbedire prima ancora della sentenza del giudice solo se l’inadempimento del datore di lavoro sia totale ovvero sia talmente grave da pregiudicare irrimediabilmente le esigenze vitali del lavoratore.

Da quanto appena detto è chiaro che qui non è in dubbio il fatto che il lavoratore possa contestare le scelte del datore di lavoro, specie quelle illegittime. Il punto però è evitare l’arbitrio: c’è sempre un giudice a valutare chi ha ragione e chi ha torto. E siccome, almeno in prima battuta, non si può bloccare l’attività aziendale per ogni minima contestazione del dipendente, salvo che l’ordine del datore di lavoro sia palesemente illegittimo e contrario alla buona fede, l’unica cosa da fare, piuttosto che disobbedire, è avviare una causa, ossia lasciare che sia il tribunale a decidere su cosa è giusto o no.

Fonte: Laleggepertutti.it